6 aprile 2009 - Al farah PDF Stampa E-mail

lunedi 6 aprile 2009

E' il 5 sera. E' tardi sono le 23 quando torniamo a Deheishe. Abbiamo perso due partite in mondovisione e nonostante il morale a terra abbiamo l'esigenza di confrontarci. Dobbiamo parlare di Gaza: solo qualche ora prima, infatti, riceviamo la telefonata che comunica il diniego definitivo a recarci al valico di Eretz per poter accedere nella striscia. Motivi di sicurezza - dicono - e perché 'lì non c'è nulla da vedere e nessuno da incontrare'. Dovevamo essere il primo gruppo ad abbracciare la popolazione di Gaza che, dopo l'ennesima invasione, non ha ancora ricevuto nessuna visita ufficiale da questo valico: l'unico da cui gli internazionali possano accedere.


La mattina di lunedi quindi cambiamo programma e con il gruppo di Deheishe ci rechiamo all'incontro con il centro anti violenza di Beit Sahour. E' l'una quando saliamo sul pullman che ci porterà verso il nord della Palestina.

 

 

 

Per accedere alla zona di Nablus si passa per il checkpoint di Al-Huwara. Trovarlo aperto è quasi un miracolo. In attesa che i militari israeliani, spavaldi e armati, decidano di farci passare, osserviamo quello che quotidianamente i palestinesi devono subire per poter andare da un luogo ad un altro. La fila al tornello e alla perquisizione è lunghissima. Per le automobili lo stop è obbligatorio: scendere e aprire tutti gli sportelli compreso il portabagagli un ordine. Dopo un po' di attesa ed esitazione, riusciamo a passare. La zona di Nablus è circondata da montagne, alcune occupate dai campi dei militari israeliani. Giungiamo finalmente ad Al Farah. La struttura in cui veniamo ospitati è un ex carcere, inquitente ed angosciante, un luogo di passaggio per interrogatori e torture. Costruito durante il protettorato inglese fu usato dal 1982 al 1995 dal governo israeliano come luogo di detenzione amministrativa per i prigionieri politici. Il responsabile di questo luogo, ora riabilitato a centro sportivo e museo, ci racconta la sua testimonianza da ex detenuto descrivendoci le condizioni in cui versavano i prigionieri e le pesanti torture subite. Nei suoi anni di attività il carcere ospitava circa 1200 detenuti al giorno sia all'interno delle celle che in tende appositamente situate all'esterno del complesso. Dei detenuti, esclusivamente giovani e studenti, se ne vedono ancora le tracce. Nel giardino degli orrori infatti sono ancora ben visibile i sistemi di tortura come anche la privazione di acqua e cibo n compenso ai detenuti venivano concesse quattro sigarette al giorno di marca 'escote' che in israeliano significa 'chiudi la bocca'. Particolare è pensare che le stanze in cui dormiamo 15 anni fa erano gli alloggi delle guardie carcerarie israeliane e, occasionalmente, delle loro mogli.

Team lenti e macchinosi
no border no nation stop occupation

 
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