| 8 Aprile 2009 - Tra le strade di Hebron |
4° giorno di carovanaPer oggi il programma prevedeva il trasferimento al valico di Eretz per tentare l'ingresso a Gaza, ma visto il diniego dell'autorità israeliana abbiamo deciso di attraversare una delle città in cui il conflitto arabo-israeliano si manifesta in tutta la sua criticità: Hebron, città a sud di Betlemme. Arriviamo alle 10 e ad aspettarci c'è un comitato che lavora nella città ed è partner del centro culturale Ibdaa. Tentiamo di ripercorrere la strada che collega la parte est della città a quella occidentale definita "strada dei martiri" chiusa nel 2000 ai palestinesi e riaperta solo dopo sei anni conseguentemente ad una sentenza della Corte suprema che dichiarò la chiusura come "un errore". Questa strada divide due insediamenti israeliani di cui uno di maggiore densità abitativa e di più antica costruzione.
Dopo qualche centinaio di metri la carovana si è vista bloccata inizialmente dalla Polizia israeliana che dopo un primo contatto le aveva concesso il passaggio. Passato qualche minuto l'arrivo di due coloni ha dimostrato la vera gerarchia che garantisce l' "ordine e la sicurezza" delle colonie nei territori palestinesi. Il loro sollecito all'esercito israeliano ci ha fatto vivere momenti di forte tensione. Due tank sono immediatamente sopraggiunti sul posto e con atteggiamento intimidatorio, scarellando i mitra ci hanno intimato di allontanarci. La trattativa è durata circa 40 minuti e ci ha dimostrato che ad Hebron tutto il potere decisionale è in mano ai coloni. Questo infamante intervento ci ha costretto ad abbandonare la strada dei martiri ed a raggiungere la parte vecchia della città attraverso una strada di proprietà di un palestinese che si trava proprio a cavallo dell'insediamento orientale. Questa deviazione ci ha però consentito di conoscere una storia di ordianaria e quotidiana follia che i palestinesi sono costretti a vivere. Il contandino, che dal 1987 vive lì, si è visto infatti privato della possibilità non solo di lavorare la terra che si estende davanti alla sua abitazione, ma è stato addirittura costretto, per sopravvivere alla furia israeliana, a trasformare la propria casa in una prigione. Filo spinato ed un muro di almeno 2 metri circondano la sua casa per difendersi dalle sassaiole giornaliere dei coloni e dalle incursioni militari. Ci racconta dei continui tentativi di denuncia da parte dei palestinesi contro la violenza dei coloni, denunce non solo inascoltate ma che producevano l'effetto opposto: chi denunciava veniva arrestato per mancanza di prove. Dal 2003, l'associazione israeliana Bet Salem, ha inaugurato il progetto "shooting back": ad ogni famiglia palestinese che vive in punti particolarme delicati è stata distribuita una telecamera che funga da supporto per le denunce. L'idea del progetto nasce dopo che un attacco di coloni venne filmato ed ebbe grande risalto. Dopo questo incontro ci dirigiamo verso la città vecchia divisa in 2 zone : 400 coloni ( paramilitari) protetti da 3000 militari su 1500 abitanti ne occupano una parte. Di nuovo emerge la volontà israeliana di rendere ai limiti del sopportabile la mobilità dei palestinesi: per passare da una zona all'altra un palestinese è costretto a fare l'intero giro della città quando basterebbero pochi minuti a piedi.
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